«

»

Ago 02 2018

L’attacco continua

I latini dicevano: mala tempora currunt. Corrono tempi grami. Quelli del revisionismo della paura, del salviamo il salvabile. Ovvero del salviamoci. Questo sembra il modello che alcuni primari ospedalieri stanno proponendo a giornali e alla Regione.

Nessuno ha il coraggio di dir loro che il loro modello è al contempo antistorico e sbagliato. Dalle scrivanie dei loro reparti di grandi ospedali, in grave e sempre più accentuata difficoltà, non vedono altra soluzione che il buttare a mare gli equipaggi dei piani inferiori, per sperare di salvarsi dall’affondamento.

Scendiamo nel pratico. Gli ospedali stanno rischiando il collasso perché la politica del non reintegro nelle scuole di specialità di un numero congruo di figure specialistiche, sta portando alla mancanza dei medici necessari al funzionamento dei reparti. Questo espone i primari a redigere turni, spesso, fuorilegge. Ciò non può che preoccuparli, a giusta ragione, perché esposti al rischio di denuncia all’ispettorato del lavoro ci sono proprio loro.

Fin qui tutta la solidarietà della società civile, all’encomiabile lavoro che svolgono, con enormi rischi.

Cosa diversa è quando si fanno promotori di “un riordino della rete degli ospedali periferici fino a una eventuale soppressione di strutture in cui le attività cliniche si sono ridotte negli anni”. Parlano di “revisione sulla base di appropriatezza, sicurezza e disponibilità di risorse umane”. Cioè, le scarse risorse umane a disposizione devono essere impiegate dove vi è appropriatezza di cura? Visto che sulla sicurezza non si deve neanche discutere!

Caspita! Ci stanno dicendo che dobbiamo chiudere diversi reparti e servizi dei grandi ospedali cittadini?!

E sì, perché forse non sanno che l’appropriatezza di cura manca proprio negli ospedali delle città più grandi. Perché non si può considerare appropriata una prestazione di pronto soccorso che viene data a molte ore dall’accesso del cittadino; che non può essere considerata cura appropriata quella data in una barella di PS per 3 giorni, in attesa di un posto letto che non si trova (caso anche recente), oppure di un paziente che non trovando sistemazione viene fortunosamente spedito a 30/50 km, in un ospedaletto di periferia (che ora viene comodo); che non è per nulla appropriato aspettare mesi e mesi, a volte anni, per una visita o un esame; stessi tempi moltiplicati per 10 o per zero (mai) per un ricovero ordinario.

Tutto questo nei piccoli ospedali del territorio non succede o succede in decisa minor misura. Nei Ps di Luino, Cittiglio, Angera e penso anche Tradate l’attesa non supera quasi mai l’ora o al massimo le 2 ore. I ricoveri avvengono subito. La programmazione avviene con liste di attesa ben più accettabili. Questi “ospedaletti” vicariano anche i grandi ospedali, nell’accettare pazienti che non trovano ricovero. Il trattamento avviene in tempi rapidi e il confort per il paziente è superiore perché più umanizzato è il rapporto con il personale del reparto.

Si deve avere il coraggio di rivendicare, una volta per tutte, che in provincia di Varese i piccoli ospedali stanno supportando in maniera egregia un servizio sanitario prossimo al cittadino. A fallire la mission sono purtroppo i grandi ospedali dove i sistemi complessi mal inseriti in strutture sottodimensionate come a Varese o disperse e in parte obsolete come Gallarate e Busto non riescono a dare risposte adeguate alle esigenze sanitarie della nostra popolazione. 

 

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

Notificami
avatar